Sono Pazzi Questi Romani…

Durante la visita alla Sezione romana del Civico museo archeologico di Milano, ci si imbatte nell’altare domestico di una casa patrizia, utilizzato per le cerimonie che scandivano la vita familiare. Come parlarne con dei bambini di quinta elementare?

Ai bambini è stato chiesto di portare con sé da casa un giocattolo. La guida che illustra il rito del matrimonio, che avveniva davanti all’altare, spiega che gli sposi erano poco più che bambini, prorio come loro. Allora ne sceglie due e li veste alla romana mentre altri leggono poesie d’amore di Seneca e Plauto.
L’imbarazzo dei due bambini sposi procura il divertimento a tutti gli altri e quando si tratta di recitare tutti in coro la formula augurale, il museo rimbomba.

Ma poi la guida spiega che il rito prevedeva che gli sposi deponessero i loro giochi ai piedi dell’altare a simboleggiare la fine dell’infanzia e che, allo stesso modo, tutti i presenti devono lasciare lì i loro giocattoli, dentro una cesta.
All’improvviso tra i bambini si crea lo stupore e un po’ di imprevista paura: ma poi ce li ridate?

Su questa preoccupazione le guide (che hanno una preparazione attorale) giocano con furbizia e in questa ambiguità il racconto del rito di molti secoli fa si colora di un senso molto “presente”: mentre le manine lasciano i loro oggetti preferiti nella cesta, si discute su quanto sia bello essere bambini e quanto si voglia aspettare ancora a diventare “adulti”.
L’occasione di ragionare insieme di questo tema – e di come siano diversi i convincimenti e le usanze a seconda dei luoghi o dei periodi storici – produce pensieri diversi e interessanti. E la visita al museo diventa indimenticabile…


 

sosiaIn un’altra area dell’esposizione ai bambini vengono illustrate delle statue raffiguranti divinità ed eroi: Giove, Venere, Ercole…
Ma che rapporto c’è tra Giove ed Ercole?
La commedia di Plauto si rivela un interessante spunto narrativo: Giove che prende le sembianze di Anfitrione per fare l’amore con Alcmena, e Mercurio che prende quelle del servo Sosia. Lo spassoso dialogo tra questi ultimi due che si guardano, uno specchio dell’altro, viene recitato tra la guida e un ragazzo, mentre gli altri fanno il “coro”.
Anche qui le risate si sprecano e la nascita di Ercole, frutto dell’unione tra Giove e la moglie di Anfitrione, diventa una pièce teatrale recitata insieme.

Infine, con i bambini si ragiona: l’invenzione narrativa di due protagonisti identici – due sosia per l’appunto – ha avuto seguito dopo Plauto? Il mulino della memoria inizia a girare e non ci vuole molto perché inizi a pescare acqua dai ricordi…

Questa stimolazione rende divertente la relazione tra operatore e bambini, dall’altro consente di giocare un significato diverso riguardo ciò di cui si parla, ossia di instaurare una relazione di “senso” personale con gli oggetti della collezione.

Il coinvolgimento attivo degli studenti richiede una capacità di “conduzione” della visita che non può essere sottovalutata. Ritmo nell’esposizione, ascolto del pubblico e “credibilità” del personaggio producono un risultato altrimenti troppo spesso disatteso nella didattica museale: una tensione attentiva tra guida e ascoltatori che si sostiene per tutto il percorso. Per questa ragione la progettazione dell’attività didattica viene affidata a operatori teatrali. E infatti le guide non sono esperte di archeologia. Non serve. Serve invece che siano delle convinte “mediatrici” tra il sapere esposto nell’ambiente museale e i destinatari dell’esperienza didattica, cioè i bambini.

Con questa “presenza” diventa allora possibile vivificare le massime dell’imperatore Adriano (cui i bambini sanno dare interpretazioni estremamente corrette), sia ragionare, attorno al nome di Ponzio Pilato iscritto nella pietra, sulla relazione che corre tra il potere e la giustizia…

 


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La conoscenza è una foresta che può essere attraversa in mille modi, decidendo dove entrarvi, dove passare, cosa vedere, come uscirne.
Con questo atteggiamento gli spunti di ricerca, lavoro, ragionamento, sono infiniti, quale che sia l’unità didattica di riferimento. Fondamentale è la curiosità di scoprire informazioni, saperi, mestieri capaci di legarsi tra di loro sensatamente e, soprattutto, di far scorgere agli studenti degli approdi al proprio sforzo di apprendimento che possano realisticamente raggiungere. Facendo così l’esperienza gratificante di mettersi in gioco e scoprirsi nuove abilità, sentirsi persone più capaci.

All’interno del percorso museale, come nel lavoro che precede e che segue la visita, bisogna allora ancora volta sforzarsi di aprire la mente e guardare ogni cosa come un possibile innesco della conoscenza (non dovuta, ma desiderata). E considerando a questo fine la fantasia non come uno sviamento, ma per quello che è: la capacità di ricombinare liberamente i dati acquisiti per produrre nuovi eventi significativi.

A titolo di esempio, riportiamo delle schede di analisi e proposta che prendono lo spunto dalle epigrafi romane esposte in gran numero presso la sede milanese del Museo Civico. Tranne qualche significativa eccezione che getta degli squarci di comprensione sulla vita quotidiana della popolazione romana (e consente di compararla con la nostra, ponte sempre essenziale nell’esposizione ai bambini), la maggior parte di esse risulta “muta”: solo delle pietre.

Ma c’è un’occasione imperdibile a portata di mano, ossia la possibilità di scoprire che il nostro principale strumento di comunicazione (e di lavoro scolastico!)  – la scrittura – è uno strumento forgiato grazie a un lungo e minuzioso percorso di ricerca formale.

Come ogni buon strumento, anche l’alfabeto non chiede attenzione su di sé ma su ciò che grazie al suo impiego può realizzarsi. Non diversamente da quando si usa un martello e non lo si maneggia stupiti e affascinati, ma ci si concentra sul chiodo che reggerà il quadro.
Questa “ergonomia” dell’utensile, tanto cara quanto sfuggente ai designers, merita invece attenzione e può rappresentare uno straordinario spunto di lavoro. Difatti, l’alfabeto epigrafico latino costituisce la matrice di quella ricerca “grafica”, diremmo oggi, volta a coniugare efficacia e bellezza nella comunicazione scritta.
La struttura rigorosamente geometrica con la quale sono stati disegnati i “caratteri” romani è il piedistallo su cui si è eretta la colonna della “tipografia”, la scienza della scrittura che attraverso il Medioevo, il Rinascimento, la Rivoluzione Industriale, approda oggi alle nuove invenzioni necessarie a veicolare la rivoluzione digitale.

Dunque le lettere dell’alfabeto non le abbiamo trovate in natura, le abbiamo inventate noi! Sono un disegno!
E come tale possono essere riscoperte, ri-prodotte, ri-disegnate o usate per fare “altro” dallo scrivere…
Ogni volta che si rende possibile scoprire “cosa c’è sotto” quanto viene dato per scontato, si compie un’ottima azione didattica che educa all’analisi strutturale, e più in generale alla capacità critica.

 

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